Per l’ottavo episodio della rubrica Inter Club Torino 1963: una Storia, tante Storie…, venerdì 28 novembre 2025 abbiamo incontrato Vincenzo Patrevito, attuale vicepresidente.
Nell’Inter Club Torino esistono figure che non hanno soltanto vissuto la storia: l’hanno attraversata, custodita e tramandata. Vincenzo è senza dubbio una di queste, memoria vivente di un percorso che unisce generazioni di tifosi.
La sua storia personale si intreccia profondamente con quella del Club, dalle prime trasferte improvvisate fino ai giorni nostri, segnati da un modo completamente nuovo di vivere l’appartenenza.
Le origini: un tifo nato in famiglia e il servizio militare
La passione di Vincenzo per l’Inter germoglia da bambino, grazie al padre.
Le partite a San Siro erano un rito familiare. Inizialmente seguivo la squadra con mio papà, ma avendo uno zio che viveva a Milano, spesso andavamo a casa sua il giorno prima, dormivamo lì e il giorno dopo andavamo allo stadio.
Un piccolo particolare, non indifferente: lo zio era milanista. Ma nonostante questo, essendo appassionato di calcio, non si tirava indietro per portare il nipote a guardare le partite dei nerazzurri.
Crescendo, gli impegni aumentarono e arrivò il periodo della leva militare. Essendosi trasferito a Vercelli, Vincenzo inizialmente non riuscì più a seguire l’Inter: Per poter andare allo stadio (le partite erano alle ore 14.30) dovevo partire molto prima rispetto al termine del turno, e mi era letteralmente impossibile essere a Milano per tempo.
Ma si sa, non tutto il male vien per nuocere, e questa parentesi vercellese segnò un nuovo inizio: Un giorno mi trovavo a girare per la città, e notai per caso un bar con fuori la scritta “Inter Club – Pullman per Milano”. Colto piacevolmente di sorpresa, entrai a chiedere informazioni e mi accolse il Sig. Camillo, che mi spiegò che erano un club ufficiale e che poteva unirsi a loro per andare a San Siro.
Iniziò così l’avventura di Vincenzo nel mondo Inter Club.
L’arrivo a Torino e l’incontro con il Barba
Terminata l’esperienza militare, Vincenzo decise di ritornare a Torino, e Camillo lo indirizzò verso il leggendario Bar Marconi, consigliandogli di chiedere del Barba e presentarsi a suo nome.
Da quel momento, la storia cambiò: Amerigo Bongiorno lo accolse come un figlio, con l’energia trascinante che lo contraddistingueva. Uomo imponente, severo all’apparenza, ma dotato di una generosità fuori dal comune, capace di far sì che nessuno rimanesse indietro.
In quel periodo, il lavoro andava e veniva, la stabilità economica era una chimera e i soldi per l’abbonamento allo stadio non c’erano. Il Barba mi rassicurò, invitandomi comunque a venire quando potevo e raggiungere insieme a loro lo stadio. A volte addirittura ci prestava mille lire con la promessa “me li dai la prossima settimana”, e poi faceva finta di dimenticarsi…
La descrizione del Barba che da Vincenzo è simile a tante altre testimonianze che nel tempo abbiamo raccolto: Era una persona che incuteva timore, dato che a primo impatto appariva mastodontico ed era sempre serio. In realtà, sorrideva solo quando era veramente coinvolto in qualcosa. All’inizio devo ammettere che anch’io avevo paura di lui, in quanto molto diverso da Camillo, che invece era sempre molto scherzoso.
La partenza dei bus da Corso Marconi
Le partite a Milano erano l’occasione per i tanti tifosi dell’Inter e Soci del Club di ritrovarsi e fare il viaggio tutti insieme, come ancora oggi accade.
Da Corso Marconi partivano i pullman per Milano: nelle partite “minori”, cinque-sei bus erano lo standard, ma nelle partite di cartello se ne contavano anche dieci-dodici.
In settimana, da Corso Marconi partivano tutti i pullman che raggiungevano la prima cintura di Torino, per consentire ai lavoratori di muoversi. La domenica, questi pullman non circolavano e quindi si sfruttavano gli spazi del Corso per gestire i bus verso San Siro.
Il Barba gestiva anche l’organizzazione dei singoli mezzi.
Quando prenotavi il bus, ti veniva detto su quale dei tanti dovessi salire. E se per caso sbagliavi, erano dolori (sgridate…). Quando c’era tanta gente, c’era la possibilità di aggiungere un’ulteriore fila di sedili al centro, quindi di fatto il corridoio veniva occupato da altri posti, che comunque non erano il massimo della comodità perché non avevano lo schienale.
Altri tempi, in cui pur di andare allo stadio ci si arrangiava come si poteva, e talvolta senza pensare alle più basilari norme di sicurezza personale.
Il trasferimento in via Cecchi e la nascita di nuove amicizie
Nel 1989 il Club si trasferì in via Antonio Cecchi, al Bar Iris, attuale sede.
Lo spostamento fu dettato dal fatto che il figlio del Barba, Valerio, stava aprendo una birreria al posto del Bar Marconi, quindi il Consiglio dell’epoca decise di trasferirsi da un’altra parte. Nel Club era presente il sig. Enzo Damiano, la cui mamma era proprietaria del bar in via Cecchi, e vennero a quel punto messi a disposizione gli spazi di questo locale per diventare la nuova sede del Club.
Quando Vincenzo andò ad iscriversi in via Cecchi, l’accoglienza fu calorosa. C’era già Aldo Altobelli, che gli propose di “lavorare” nel Club come volontario – fu così che iniziò la sua storia come alfiere.
Proprio al Bar Iris nacquero alcune delle relazioni più importanti della vita di Vincenzo: con i già citati Enzo Damiano ed Aldo Altobelli e con la storica segretaria Luciana Arnaudo, ancora oggi presentissima tutti i sabati.
Con Enzo Damiano ci legavano tanti aspetti, non soltanto il nome. Lui ad esempio era nato il 6 dicembre, io il 5 dicembre. Quando nacque il mio secondo figlio (Leonardo), Enzo gli fece da padrino. Aldo e Luciana sono stati invece quasi come due secondi genitori, anche non essendo molto più grandi di me. Aldo ha fatto da padrino alla mia prima figlia (Valentina).
Questo dimostra che nel Club possono nascere amicizie e rapporti che poi si protraggono nel tempo.
Alfiere, steward e simbolo del Club
La scelta di Vincenzo di mettersi a disposizione del Club lo portò, come detto, a diventare alfiere. Il compito era semplice: esporre lo striscione allo stadio.
A quei tempi la società Inter omaggiava ai Club l’abbonamento per chi ricopriva il ruolo dell’alfiere; quindi a me non restava altro che acquistare il biglietto per mia moglie, cosicché potessimo andare insieme.
Ci fu un momento in cui la sua parentesi da alfiere si interruppe, ovvero nell’intervallo fra il 1994 e il 2004.
In quel periodo Aldo mi fece entrare negli “Assi”, gli antesignani degli steward odierni, sempre su base volontaria. L’accesso allo stadio era comunque garantito quindi per me andava bene comunque.
Quando però, nel 2004 appunto, le regole relativi agli abbonamenti cambiarono (non più intestati al Club ma alla singola persona), Vincenzo uscì dagli Assi e riprese il ruolo di alfiere.
Addirittura prima di questo cambiamento, capitava spesso che gli abbonamenti degli alfieri degli Inter Club di Vercelli e Napoli, data l’amicizia che ci legava, venissero ceduti al nostro Club, in modo tale da poter fare entrare due nostri Soci, comunque col compito di esporre lo striscione dei due Club cedenti.
Ma nonostante i tanti cambiamenti, è ancora Vincenzo, oggi, a rappresentare visivamente il Club al Meazza, in quel secondo arancio che ormai è diventata la casa dello storico striscione.
Trasferte, emozioni e ricordi
Tra i ricordi più intensi spicca una trasferta a Firenze: durante l’esultanza per un gol nerazzurro, Aldo Altobelli svenne e Vincenzo lo accompagnò al pronto soccorso.
Stetti tutto il tempo con lui al pronto soccorso. All’uscita scoprimmo che l’Inter aveva perso, ma per me non era importante. Non contava aver speso soldi per la trasferta e non aver potuto assistere alla partita. L’importante era la salute di Aldo e che stesse bene.
In Europa, la trasferta più memorabile rimane Parigi, il 6 maggio 1998, per il 3-0 dell’Inter sulla Lazio con la vittoria della Coppa Uefa.
Ricordo che volevamo organizzare un pullman col Club, c’era tantissima gente che voleva raggiungere la capitale francese. Il Centro Coordinamento ci diede cinque biglietti, e non si sapeva come dividerli. Il primo lo prese Aldo, e gli altri quattro si decide di estrarli a sorte. Ma questa scelta fu rispettata solo per i primi tre, effettivamente, dato che per l’ultimo Aldo finse di estrarlo ma lo assegnò a me. Sul bus c’erano Soci di tanti Club, dato che era organizzato con il patrocinio del Centro Coordinamento era normale ci fossero quattro-cinque tifosi provenienti da diversi Club.
E a Parigi un aneddoto particolare riguarda la Tour Eiffel.
Durante la trasferta andammo alla Tour Eiffel e scattammo tantissime foto, un tempo non vedevi le foto al volo come oggi ma dovevi sviluppare il rullino. Quando le sviluppammo, notammo che c’era il conto alla rovescia dei giorni che mancavano al 2000 (eravamo nel 1998), e c’era scritto “605”. E quel giorno era il 6 maggio 1998.
I protagonisti di una storia collettiva
Nel libro dei 40 anni del Club compaiono fotografie che narrano incontri speciali: nel 2004, al Mago di Caluso, la festa vide come ospiti Recoba, Cordoba e Sandro Mazzola.
Era la festa dei quarant’anni del Club, perché per qualche strano motivo all’Inter risultava che il Club era stato fondato nel 1964. Ricordo chiaramente che i presenti erano divisi in due parti: i più giovani erano tutti da Recoba e Cordoba, tutti gli over 30 erano invece da Mazzola.
Differenze di età, e differenza di idoli. E oggi, leggere queste parole, fa pensare che sia sempre più complicato avere anche solo un calciatore ospite degli eventi che i Club organizzano.
Oggi i calciatori per le feste sono inavvicinabili, a differenza di ciò che accadeva in passato. Mi ricordi che in occasione di Piacenza-Inter, andammo all’hotel e chiedemmo di Bergomi. Lui scese e gli spiegammo che avremmo voluto premiarlo con un quadro. Lui accettò e partecipò ad un nostro evento insieme a Gianluca Festa e Mikaël Silvestre (ai quali regalammo comunque qualcosa). Il quadro ritraeva un’immagine stilizzata di Facchetti su una lamina dorata, denominata “Il calciatore d’oro”.
Parlando, Vincenzo ha accanto a sé la maglia dei 60 anni del Club, e ricordo che per la commemorazione del cinquantesimo anniversario vennero donate delle spille dalla Società, incastonate in un quadretto.
Per ritirarlo potevano andare due persone. Aldo scelse me, e io lo accompagnai. Ci consegnò il regalo Nicola Berti in persona. Io però ero molto arrabbiato perché, a fine primo tempo quando andammo a bordo campo, l’Inter stava perdendo. Ma alla fine, pareggiammo 2-2 ed ero a quel punto doppiamente felice per non aver visto l’Inter perdere e per essere andato a ritirare il premio.
Oggi cambiano le coppie di protagonisti, ma l’Inter Club Torino è sempre lì a ritirare un premio. E Vincenzo è ancora parte di questa magnifica e lunga storia.
Dal passato al presente: un nuovo modo di essere Club
Nel corso di tutto questo tempo, il modo di vivere il Club è sicuramente cambiato.
Prima tutto ruotava attorno alla partita; ora il Club è una comunità viva, che si incontra anche fuori da quello che è il calendario dell’Inter. In questo, paradossalmente il CoViD ha portato un beneficio, perché quando quella brutta parentesi si concluse, nella gente c’era molta più voglia di vedersi.
La Rappresentativa, rinata nel 2025, ha riportato nel gruppo lo spirito di squadra. E Vincenzo ricorda una delle occasioni in cui la prima versione della Rappresentativa giocò in Calabria.
C’era da giocare una partita a Locri. Dovevo andare con l’aereo con la squadra ma i posti erano terminati e non ho potuto fare a meno di restare a casa. Si trattava di un torneo a quattro squadre. Aldo Altobelli ed Enzo Damiano andarono con loro.
Oggi la Rappresentativa è protagonista del torneo “P.U.P.I” con Javier Zanetti ed altri campioni dell’Inter. Tutte emozioni che chi ha la possibilità di giocare queste partite si porterà dentro fino in fondo.
Hai avuto modo di tifare per quei giocatori che adesso vedi giocare accanto a te. Non ti sembra vero, che anche loro possano essere “normali” come noi.
Il logo del Club
L’attuale stemma, la Regione Piemonte circondata di nerazzurro, è stato creato da uno dei protagonisti della storia dell’Inter Club Torino.
Bruno Padoan, presidente tra Bongiorno e Altobelli, faceva il grafico di professione, e si mise a disposizione per disegnare il logo del Club.
Vincenzo ce lo descrive come una persona molto a modo, gentile, con una vita sfortunata che ha interrotto troppo presto la sua parentesi da presidente del Club – circa un anno. Un incidente molto grave da cui non si riprese mai, per poi mancare.
I miti di ieri e di oggi
Da bambino, Vincenzo si innamorò dell’Inter grazie a Facchetti e Mazzola.
Ero così appassionato per Facchetti che per sbloccare il telefono, in passato la password era CIPE63, dove “Cipe” era il soprannome di Facchetti e “63”il mio anno di nascita, oltre che l’anno di nascita del Club.
Tra i calciatori moderni, il suo preferito è invece Javier Zanetti.
Una storia che continua
Oggi Vincenzo è ancora un punto di riferimento del Club: una memoria storica e un esempio di dedizione.
Vicepresidente di uno dei Club più antichi del mondo, sempre in prima linea, alfiere allo stadio e punto di riferimento per nuovi e vecchi Soci, nonché per i membri del Consiglio di cui, ovviamente, fa parte.
Un grazie immenso a Vincenzo per la disponibilità e il prezioso contributo alla storia dell’Inter Club Torino.
Inter Club Torino 1963


