Una Storia, tante Storie..Intervista a Vincenzo Patrevito – 28/11/2025

Per l’ottavo episodio della rubrica Inter Club Torino 1963: una Storia, tante Storie…, venerdì 28 novembre 2025 abbiamo incontrato Vincenzo Patrevito, attuale vicepresidente.

Nell’Inter Club Torino esistono figure che non hanno soltanto vissuto la storia: l’hanno attraversata, custodita e tramandata. Vincenzo è senza dubbio una di queste, memoria vivente di un percorso che unisce generazioni di tifosi.

La sua storia personale si intreccia profondamente con quella del Club, dalle prime trasferte improvvisate fino ai giorni nostri, segnati da un modo completamente nuovo di vivere l’appartenenza.

 

Le origini: un tifo nato in famiglia e il servizio militare

La passione di Vincenzo per l’Inter germoglia da bambino, grazie al padre.

Le partite a San Siro erano un rito familiare. Inizialmente seguivo la squadra con mio papà, ma avendo uno zio che viveva a Milano, spesso andavamo a casa sua il giorno prima, dormivamo lì e il giorno dopo andavamo allo stadio.

Un piccolo particolare, non indifferente: lo zio era milanista. Ma nonostante questo, essendo appassionato di calcio, non si tirava indietro per portare il nipote a guardare le partite dei nerazzurri.

Crescendo, gli impegni aumentarono e arrivò il periodo della leva militare. Essendosi trasferito a Vercelli, Vincenzo inizialmente non riuscì più a seguire l’Inter: Per poter andare allo stadio (le partite erano alle ore 14.30) dovevo partire molto prima rispetto al termine del turno, e mi era letteralmente impossibile essere a Milano per tempo.

Ma si sa, non tutto il male vien per nuocere, e questa parentesi vercellese segnò un nuovo inizio: Un giorno mi trovavo a girare per la città, e notai per caso un bar con fuori la scritta “Inter Club – Pullman per Milano”. Colto piacevolmente di sorpresa, entrai a chiedere informazioni e mi accolse il Sig. Camillo, che mi spiegò che erano un club ufficiale e che poteva unirsi a loro per andare a San Siro.

Iniziò così l’avventura di Vincenzo nel mondo Inter Club.

 

L’arrivo a Torino e l’incontro con il Barba

Terminata l’esperienza militare, Vincenzo decise di ritornare a Torino, e Camillo lo indirizzò verso il leggendario Bar Marconi, consigliandogli di chiedere del Barba e presentarsi a suo nome.

Da quel momento, la storia cambiò: Amerigo Bongiorno lo accolse come un figlio, con l’energia trascinante che lo contraddistingueva. Uomo imponente, severo all’apparenza, ma dotato di una generosità fuori dal comune, capace di far sì che nessuno rimanesse indietro.

In quel periodo, il lavoro andava e veniva, la stabilità economica era una chimera e i soldi per l’abbonamento allo stadio non c’erano. Il Barba mi rassicurò, invitandomi comunque a venire quando potevo e raggiungere insieme a loro lo stadio. A volte addirittura ci prestava mille lire con la promessa “me li dai la prossima settimana”, e poi faceva finta di dimenticarsi…

La descrizione del Barba che da Vincenzo è simile a tante altre testimonianze che nel tempo abbiamo raccolto: Era una persona che incuteva timore, dato che a primo impatto appariva mastodontico ed era sempre serio. In realtà, sorrideva solo quando era veramente coinvolto in qualcosa. All’inizio devo ammettere che anch’io avevo paura di lui, in quanto molto diverso da Camillo, che invece era sempre molto scherzoso.

 

La partenza dei bus da Corso Marconi

Le partite a Milano erano l’occasione per i tanti tifosi dell’Inter e Soci del Club di ritrovarsi e fare il viaggio tutti insieme, come ancora oggi accade.

Da Corso Marconi partivano i pullman per Milano: nelle partite “minori”, cinque-sei bus erano lo standard, ma nelle partite di cartello se ne contavano anche dieci-dodici.

In settimana, da Corso Marconi partivano tutti i pullman che raggiungevano la prima cintura di Torino, per consentire ai lavoratori di muoversi. La domenica, questi pullman non circolavano e quindi si sfruttavano gli spazi del Corso per gestire i bus verso San Siro.

Il Barba gestiva anche l’organizzazione dei singoli mezzi.

Quando prenotavi il bus, ti veniva detto su quale dei tanti dovessi salire. E se per caso sbagliavi, erano dolori (sgridate…). Quando c’era tanta gente, c’era la possibilità di aggiungere un’ulteriore fila di sedili al centro, quindi di fatto il corridoio veniva occupato da altri posti, che comunque non erano il massimo della comodità perché non avevano lo schienale.

Altri tempi, in cui pur di andare allo stadio ci si arrangiava come si poteva, e talvolta senza pensare alle più basilari norme di sicurezza personale.

 

Il trasferimento in via Cecchi e la nascita di nuove amicizie

Nel 1989 il Club si trasferì in via Antonio Cecchi, al Bar Iris, attuale sede.

Lo spostamento fu dettato dal fatto che il figlio del Barba, Valerio, stava aprendo una birreria al posto del Bar Marconi, quindi il Consiglio dell’epoca decise di trasferirsi da un’altra parte. Nel Club era presente il sig. Enzo Damiano, la cui mamma era proprietaria del bar in via Cecchi, e vennero a quel punto messi a disposizione gli spazi di questo locale per diventare la nuova sede del Club.

Quando Vincenzo andò ad iscriversi in via Cecchi, l’accoglienza fu calorosa. C’era già Aldo Altobelli, che gli propose di “lavorare” nel Club come volontario – fu così che iniziò la sua storia come alfiere.

Proprio al Bar Iris nacquero alcune delle relazioni più importanti della vita di Vincenzo: con i già citati Enzo Damiano ed Aldo Altobelli e con la storica segretaria Luciana Arnaudo, ancora oggi presentissima tutti i sabati.

Con Enzo Damiano ci legavano tanti aspetti, non soltanto il nome. Lui ad esempio era nato il 6 dicembre, io il 5 dicembre. Quando nacque il mio secondo figlio (Leonardo), Enzo gli fece da padrino. Aldo e Luciana sono stati invece quasi come due secondi genitori, anche non essendo molto più grandi di me. Aldo ha fatto da padrino alla mia prima figlia (Valentina).

Questo dimostra che nel Club possono nascere amicizie e rapporti che poi si protraggono nel tempo.

 

Alfiere, steward e simbolo del Club

La scelta di Vincenzo di mettersi a disposizione del Club lo portò, come detto, a diventare alfiere. Il compito era semplice: esporre lo striscione allo stadio.

A quei tempi la società Inter omaggiava ai Club l’abbonamento per chi ricopriva il ruolo dell’alfiere; quindi a me non restava altro che acquistare il biglietto per mia moglie, cosicché potessimo andare insieme.

Ci fu un momento in cui la sua parentesi da alfiere si interruppe, ovvero nell’intervallo fra il 1994 e il 2004.

In quel periodo Aldo mi fece entrare negli “Assi”, gli antesignani degli steward odierni, sempre su base volontaria. L’accesso allo stadio era comunque garantito quindi per me andava bene comunque.

Quando però, nel 2004 appunto, le regole relativi agli abbonamenti cambiarono (non più intestati al Club ma alla singola persona), Vincenzo uscì dagli Assi e riprese il ruolo di alfiere.

Addirittura prima di questo cambiamento, capitava spesso che gli abbonamenti degli alfieri degli Inter Club di Vercelli e Napoli, data l’amicizia che ci legava, venissero ceduti al nostro Club, in modo tale da poter fare entrare due nostri Soci, comunque col compito di esporre lo striscione dei due Club cedenti.

Ma nonostante i tanti cambiamenti, è ancora Vincenzo, oggi, a rappresentare visivamente il Club al Meazza, in quel secondo arancio che ormai è diventata la casa dello storico striscione.

 

Trasferte, emozioni e ricordi

Tra i ricordi più intensi spicca una trasferta a Firenze: durante l’esultanza per un gol nerazzurro, Aldo Altobelli svenne e Vincenzo lo accompagnò al pronto soccorso.

Stetti tutto il tempo con lui al pronto soccorso. All’uscita scoprimmo che l’Inter aveva perso, ma per me non era importante. Non contava aver speso soldi per la trasferta e non aver potuto assistere alla partita. L’importante era la salute di Aldo e che stesse bene.

In Europa, la trasferta più memorabile rimane Parigi, il 6 maggio 1998, per il 3-0 dell’Inter sulla Lazio con la vittoria della Coppa Uefa.

Ricordo che volevamo organizzare un pullman col Club, c’era tantissima gente che voleva raggiungere la capitale francese. Il Centro Coordinamento ci diede cinque biglietti, e non si sapeva come dividerli. Il primo lo prese Aldo, e gli altri quattro si decide di estrarli a sorte. Ma questa scelta fu rispettata solo per i primi tre, effettivamente, dato che per l’ultimo Aldo finse di estrarlo ma lo assegnò a me. Sul bus c’erano Soci di tanti Club, dato che era organizzato con il patrocinio del Centro Coordinamento era normale ci fossero quattro-cinque tifosi provenienti da diversi Club.

E a Parigi un aneddoto particolare riguarda la Tour Eiffel.

Durante la trasferta andammo alla Tour Eiffel e scattammo tantissime foto, un tempo non vedevi le foto al volo come oggi ma dovevi sviluppare il rullino. Quando le sviluppammo, notammo che c’era il conto alla rovescia dei giorni che mancavano al 2000 (eravamo nel 1998), e c’era scritto “605”. E quel giorno era il 6 maggio 1998.

 

I protagonisti di una storia collettiva

Nel libro dei 40 anni del Club compaiono fotografie che narrano incontri speciali: nel 2004, al Mago di Caluso, la festa vide come ospiti Recoba, Cordoba e Sandro Mazzola.

Era la festa dei quarant’anni del Club, perché per qualche strano motivo all’Inter risultava che il Club era stato fondato nel 1964. Ricordo chiaramente che i presenti erano divisi in due parti: i più giovani erano tutti da Recoba e Cordoba, tutti gli over 30 erano invece da Mazzola.

Differenze di età, e differenza di idoli. E oggi, leggere queste parole, fa pensare che sia sempre più complicato avere anche solo un calciatore ospite degli eventi che i Club organizzano.

Oggi i calciatori per le feste sono inavvicinabili, a differenza di ciò che accadeva in passato. Mi ricordi che in occasione di Piacenza-Inter, andammo all’hotel e chiedemmo di Bergomi. Lui scese e gli spiegammo che avremmo voluto premiarlo con un quadro. Lui accettò e partecipò ad un nostro evento insieme a Gianluca Festa e Mikaël Silvestre (ai quali regalammo comunque qualcosa). Il quadro ritraeva un’immagine stilizzata di Facchetti su una lamina dorata, denominata “Il calciatore d’oro”.

Parlando, Vincenzo ha accanto a sé la maglia dei 60 anni del Club, e ricordo che per la commemorazione del cinquantesimo anniversario vennero donate delle spille dalla Società, incastonate in un quadretto.

Per ritirarlo potevano andare due persone. Aldo scelse me, e io lo accompagnai. Ci consegnò il regalo Nicola Berti in persona. Io però ero molto arrabbiato perché, a fine primo tempo quando andammo a bordo campo, l’Inter stava perdendo. Ma alla fine, pareggiammo 2-2 ed ero a quel punto doppiamente felice per non aver visto l’Inter perdere e per essere andato a ritirare il premio.

Oggi cambiano le coppie di protagonisti, ma l’Inter Club Torino è sempre lì a ritirare un premio. E Vincenzo è ancora parte di questa magnifica e lunga storia.

 

Dal passato al presente: un nuovo modo di essere Club

Nel corso di tutto questo tempo, il modo di vivere il Club è sicuramente cambiato.

Prima tutto ruotava attorno alla partita; ora il Club è una comunità viva, che si incontra anche fuori da quello che è il calendario dell’Inter. In questo, paradossalmente il CoViD ha portato un beneficio, perché quando quella brutta parentesi si concluse, nella gente c’era molta più voglia di vedersi.

La Rappresentativa, rinata nel 2025, ha riportato nel gruppo lo spirito di squadra. E Vincenzo ricorda una delle occasioni in cui la prima versione della Rappresentativa giocò in Calabria.

C’era da giocare una partita a Locri. Dovevo andare con l’aereo con la squadra ma i posti erano terminati e non ho potuto fare a meno di restare a casa. Si trattava di un torneo a quattro squadre. Aldo Altobelli ed Enzo Damiano andarono con loro.

Oggi la Rappresentativa è protagonista del torneo “P.U.P.I” con Javier Zanetti ed altri campioni dell’Inter. Tutte emozioni che chi ha la possibilità di giocare queste partite si porterà dentro fino in fondo.

Hai avuto modo di tifare per quei giocatori che adesso vedi giocare accanto a te. Non ti sembra vero, che anche loro possano essere “normali” come noi.

 

Il logo del Club

L’attuale stemma, la Regione Piemonte circondata di nerazzurro, è stato creato da uno dei protagonisti della storia dell’Inter Club Torino.

Bruno Padoan, presidente tra Bongiorno e Altobelli, faceva il grafico di professione, e si mise a disposizione per disegnare il logo del Club.

Vincenzo ce lo descrive come una persona molto a modo, gentile, con una vita sfortunata che ha interrotto troppo presto la sua parentesi da presidente del Club – circa un anno. Un incidente molto grave da cui non si riprese mai, per poi mancare.

 

I miti di ieri e di oggi

Da bambino, Vincenzo si innamorò dell’Inter grazie a Facchetti e Mazzola.

Ero così appassionato per Facchetti che per sbloccare il telefono, in passato la password era CIPE63, dove “Cipe” era il soprannome di Facchetti e “63”il mio anno di nascita, oltre che l’anno di nascita del Club.

Tra i calciatori moderni, il suo preferito è invece Javier Zanetti.

 

Una storia che continua

Oggi Vincenzo è ancora un punto di riferimento del Club: una memoria storica e un esempio di dedizione.

Vicepresidente di uno dei Club più antichi del mondo, sempre in prima linea, alfiere allo stadio e punto di riferimento per nuovi e vecchi Soci, nonché per i membri del Consiglio di cui, ovviamente, fa parte.

Un grazie immenso a Vincenzo per la disponibilità e il prezioso contributo alla storia dell’Inter Club Torino.

 

Inter Club Torino 1963

Una Storia, tante Storie..Intervista a Daniela Bongiorno – 20/02/2025

Per il settimo episodio della rubrica Inter Club Torino 1963: una Storia, tante Storie…, giovedì 20 febbraio abbiamo incontrato Daniela Bongiorno, figlia di Amerigo Barba Bongiorno, storico fondatore del Club.

E’ quindi la volta del racconto di una di famiglia, quella Bongiorno, che è e sarà indissolubilmente sempre legata alla storia dell’Inter Club Torino. Sono infatti bastati una stretta di mano e pochi sguardi per capire la carica emotiva che avrebbe portato con sé questo momento.

E giusto per non farsi mancare nulla, abbiamo invitato anche Jacopo, figlio di Daniela e nipote del Barba, grazie al quale del resto questo incontro non sarebbe stato possibile.

 

L’immersione fino alle origini

Dopo l’accoglienza calorosa e la preparazione della postazione, l’intervista inizia con Daniela che da subito dimostra una straordinaria carica e una forte emozione nel rituffarsi al tempo delle origini.

Mentre sfogliamo alcune foto e immergiamo a capofitto nel passato, inizia il racconto.

Papà si trasferisce a Torino con la famiglia a fine anni ’50, esattamente nel 1955, e preleva un bar (il Bar Marconi, ndr). Era un istrione simpatico, gestiva questa attività come un leader inclusivo, dimostrando fin da subito grande accoglienza.

Anche Daniela ha dato una mano alla famiglia nella gestione giornaliera del bar, ed in particolare prima di uscire per le lezioni universitarie.

 

Il microcosmo Bar Marconi

Intorno al bar gravitava ogni spaccato della società dell’epoca, e poco per volta spinto dalla passione per l’Inter ha pensato di creare il Club, grazie all’ampia base sociale a disposizione: dall’operaio (erano gli anni dell’industrializzazione) agli impiegati, dagli ingegneri fino ai contabili.

La zona al tempo era un punto nevralgico per il sistema di trasporto pubblico, fungendo da terminal per molte linee di autobus.

Confluivano bus da tutto il circondario del torinese: Trofarello, Vinovo, Piobesi, ma anche dall’astigiano e da altre province. C’era un esercito di pendolari. Il bar accoglieva ondate di persone, partendo dalle quattro del mattino partiva infatti il giro delle colazioni, anche grazie al contributo degli autisti che portavano tanti prodotti dai loro viaggi.

Più si entrava nel vivo della mattinata, più le presenze aumentavano.

Dalle sei alle sette era il turno dei lavoratori, mentre successivamente toccava agli studenti, in attesa di accedere ai plessi scolastici. Ricordo che quando al mattino arrivavano questi ultimi, papà li invitava subito ad entrare per ripararsi dal freddo. E pensando al Club, tali nobili gesti erano certamente un ottimo strumento di “arruolamento” per i giovani interisti.

Il flusso si alleggeriva poi dopo le otto e trenta, quando tutti erano ormai impegnati fra lavoro e scuola.

 

L’Inter come elemento di rivalsa

Il Club si è sviluppato, come dett0, durante il periodo dell’industrializzazione.

Erano anni di lotte operaie, e molti dei frequentatori del bar erano stipendiati FIAT, e per una forma di rivalsa nei confronti del padrone Agnelli c’era un autentico rifiuto nel supportare la Juventus.

Le persone non potevano sostenere la squadra di calcio di colui che era un bersaglio continuo di scioperi. Il Torino al tempo aveva poco appeal, ed ecco che l’Inter rappresentava un’ottima via di mezzo.

Ma al netto di questo, l’Inter Club Torino nasce nel periodo d’oro in cui si consolidava la Grande Inter, quindi era molto semplice attirare tifosi.

 

La televisione

Il carattere inclusivo del bar era garantito anche dal fatto che c’era la televisione, strumento che al tempo in pochi possedevano.

Molti, addirittura intere famiglie, frequentavano il locale per guardare i programmi cult del periodo (sicuramente Rischia Tutto, condotto da Mike Bongiorno, il quale durante l’infanzia abitava al numero 9 di corso Marconi). Ricordo, tra gli altri, una signora anziana con la figlia, il genero e il nipotino che venivamo a guardare i loro programmi preferiti.

 

La festa di Imbersago

Anche Daniela ha avuto la grande fortuna di partecipare alla festa di Imbersago a casa Moratti, toccando con mano la Coppa dei Campioni.

Io ero timida, ma con un papà così esuberante al fianco lo ero doppiamente. Mi vergognavo, però lui ha voluto portarmi. C’erano i giocatori, tra i quali Aristide Guarneri, che io conoscevo bene, quindi ci teneva molto che partecipassi. Infatti mi costrinse.

È stata una festa prestigiosa, con la partecipazione della Milano bene. Da Torino non eravamo in molti, anche perché c’erano già tantissimi invitati.

La partecipazione ad un simile evento non era da tutti, ed infatti ha dato tanto lustro al Club.

Mio papà era molto ferreo sui comportamenti all’interno del Club, diceva sempre: “siamo dei signori, noi”. Quelli un po’ più esuberanti avevano sempre qualcuno accanto che li stemperava. Quando il Barba è stato nominato Coordinatore Regionale ci siamo sentiti il Club quasi pilota. Bisognava essere correttissimi, c’era quasi una vocazione educativa.

 

L’amicizia con Guarnieri

Fra i vari calciatori di cui chiediamo un ricordo a Daniela, quello che certamente ha il peso maggiore è uno in particolare.

Sicuramente Aristide Guarneri. Avevamo legato proprio come famiglie. Papà ha addirittura partecipato al suo matrimonio.

E ci racconta anche un aneddoto.

La prima volta che sono salita su una Porsche è stato con Guarneri. Eravamo a casa sua.

 

L’impegno umanitario

Unitamente alle iniziative sportive si organizzavano attività di carattere umanitario, fin dall’inizio dell’attività del Club.

Ricordo bene la raccolta fondi per l’UGI, l’adozione di bambini in Africa, ed altre attività fatte per impegnarci dal punto di vista sociale. Le proposte che venivano dai vari Soci venivano discusse, pianificate e trasformate in progetti concreti.

C’è stato un periodo in cui il Barba ospitava un barbone all’interno del bar.

Papà aiutava molto gli altri, e anche grazie a questo a Milano aveva un certo peso.

 

I tesseramenti in tempo reale e le coppie

Discutendo sul Gruppo dei Giovani Leoni, Daniela ha un ricordo simpatico legato al figlio.

A proposito di giovani, dovete sapere che al tempo c’erano le tessere junior e senior. Sapete che c’erano anche tessere fatte nella prima ora di vita? Mio figlio Jacopo è tra questi.

Era infatti quasi una gara fra Soci. Se nasceva un bambino, allora bisognava tesserarlo immediatamente.

Jacopo conferma: la mia tessera riportava le ore due, firmata da mio nonno (il Barba). Le due e non l’una perché lui era impegnato a fare da testimone al matrimonio del futuro presidente Altobelli. Quindi sono nato durante il matrimonio di Aldo e Luciana.

Altra cosa simpatica è che all’interno del Club si faceva il tifo affinché si formassero delle nuove coppie, perché la speranza era quella di coltivare tanti piccoli interisti per il futuro. Una sorta di investimento in amore e quindi nel futuro del Club.

 

Le figure di spicco nel Club

Chiediamo a Daniela se ricorda qualche altro protagonista che contribuì, insieme al Barba e a Rodolfo D’Elia (leggi qui l’intervista a quest’ultimo), alla fondazione del Club.

E il primo nome che ci fa è quello di Pierluigi Cugnasco, che da Atto Costitutivo e Statuto risulta essere il primo presidente della storia del Club.

Papà era un leader inclusivo, ma non voleva essere il protagonista assoluto. Cugnasco era molto puntiglioso, preciso, e gestiva l’aspetto burocratico, partecipando poco alla vita del Club. Una persona meravigliosa, non era il tifoso che veniva alle partite. Era la garanzia che tutte le cose si facessero bene, come da suo ruolo.

È stata una persona influente nel Club, c’era una grande amicizia, e ci si frequentava. Quando è mancato avevamo ancora contati molto intensi.

 

Il rapporto con Fraizzoli

Ci soffermiamo sulla foto riportata sul Libro dei 40 anni del Club, dove il Barba e Ivanoe si baciano molto affettuosamente.

Non solo con Fraizzoli, anche con Moratti. Ma la foto con Fraizzoli, quella ce l’ho a casa in formato gigante. È una dimostrazione di affetto totale, si vede nella posizione delle mani, gli occhi chiusi, e lui che si lascia sopraffare.

 

L’affetto verso il papà

Una frase di Daniela ci lascia senza parola durante l’intervista, mentre racconta del papà.

Il mio primo amore è stato mio Padre.

Poche parole, che però danno l’idea di chi e cosa era Amerigo Bongiorno, non solo nei confronti della sua famiglia ma di tutti coloro che gravitavano nel suo intorno.

Conferma ne è anche l’insieme dei racconti di tutti i protagonisti di questa immensa storia che stiamo intervistando, non ultimo Michele Santomauro (leggi qui l’intervista allo storico barista), che ha vissuto il Barba come Presidente e come datore di lavoro.

Michele ci ha infatti raccontato di quando Bongiorno lo ospitava a casa, occasioni uniche per orecchiare lo scambio di telefonate con Moratti o Fraizzoli, oppure le richieste di preparare un caffè e girandosi a servirlo c’era davanti Mazzola.

 

La riunione del venerdì e i preparativi per Milano

Il venerdì sera era il momento della classica, famigerata riunione settimanale del Club.

Se papà era a Riunione io stavo alla cassa. Oppure, quando i bus erano più di uno, già alla sera si preparavano gli affettati per i panini freschi che arrivavano freschi all’indomani. Si preparavano dei sacchetti per il viaggio.

Il viaggio per Milano era vissuto come una sorta di gita, con famiglie intere che salivano sui bus.

Io non partecipavo a tutte le partite, quindi molti dettagli non li ricordo, ma ho in mente che al rientro da Milano lungo tutta via Roma si sventolavano le bandiere e i cantava: “aprite le porte, arrivano i gran campioni”. Era una cosa che aggregava veramente tanto.

 

L’addio al Bar Marconi

Nel 1989 finisce la storia del Club nella sua prima sede. Avviene infatti il trasferimento da corso Marconi a via Cecchi, sede tutt’ora attuale.

Sapere che a distanza di sessantadue anni ci sono ancora persone che continuano a coltivare quel sogno, quella cosa straordinaria che ha creato papà, non può non farmi piacere. Vedendo l’ampliamento di ciò che è nato, perché era una piccola cosa, diventare una grande associazione, soprattutto dal punto di vista sociale mi inorgoglisce.

Sentivo spesso Aldo, e mi raccontava ciò. Lui si considerava figlio di mio Padre, infatti mi chiamava sorella.

 

Il momento dei saluti con dei regali inaspettati

Alla fine dell’intervista, Daniela ci dona tanti cimeli, molti appartenuti al Barba.

Un gagliardetto storico del Club con il simbolo del Gianduja, il biglietto aereo per una trasferta a Madrid, un attestato rilasciato dal Centro Coordinamento Inter Club, ma soprattutto un pallone del tempo, in cuoio, autografato da tutti i calciatori della Grande Inter.

E a tal proposito, c’è tempo per un ultimo aneddoto.

Il pallone è stato più volte richiesto a papà da parte di Luisito Suarez, ma lui non ha mai ceduto. Non glielo ha mai voluto nemmeno vendere.

Tutti cimeli che entrano di diritto a far parte della storia e del patrimonio materiale dell’Inter Club Torino.

Ed è donando un mazzo di fiori a tinte nerazzurre che ci lasciamo con Daniela e Jacopo, certi che ci sarà modo di incontrarsi ancora nel prossimo futuro, magari durante la festa già prevista per l’11 luglio proprio nei locali di quello che fu il bar Marconi.

Questo Club continua a vivere crescendo. State facendo un lavoro bellissimo. Sento la passione che mettete. È un vissuto che si va ad esplorare.

 

Inter Club Torino 1963

Una Storia, tante Storie..Intervista a Rodolfo D’Elia – 25/01/2025

Per il sesto episodio della rubrica Inter Club Torino 1963: una Storia, tante Storie…, sabato 25 gennaio abbiamo incontrato Rodolfo D’Elia, storico Socio fondatore del Club.

Questa volta si torna davvero alle origini. Rodolfo ha infatti vissuto sia la fase embrionale che quella della fondazione del Club, vicino al Barba e agli altri protagonisti della nascita del nostro Sodalizio.

Rodolfo ci attendeva con grande trepidazione, e ci ha ospitati nella sua casa di Guagnano (LE), dove ci siamo recati dopo l’intervista svolta con Michele Santomauro (leggila qui).

L’accoglienza è stata carica di amicizia, fratellanza e grande gioia; Rodolfo infatti ci ha subito tenuto a mostrarci la sua bottega da tappezziere, in cui custodisce i resti di stoffe e di alcuni lavori da ultimare, anche se ormai ha cessato l’attività da dieci anni.

Ed è proprio qui che inizia a raccontare la sua storia, iniziando dall’approdo in terra piemontese. Ma non prima di averci offerto il caffè, con una simpatica battuta.

Girate le tazze. Non ho detto svuotate le tasche.

 

Dall’emigrazione fino al ritorno alla terra madre

Arrivo a Torino nel 1959, e fin da subito ho avuto una grande passione per il mio mestiere: ho fatto il tappezziere per 65 anni, iniziando in via San Secondo e successivamente in via Santa Giulia. Sono orgoglioso che ancora oggi ci siano cinque-sei ragazzi che continuano a lavorare come tappezzieri, dopo essersi formati nella mia bottega.

Nutrivo però anche la volontà di ritornare nella mia terra, per dare un contributo, portando avanti un progetto. Gli anni settanta sono stati ottimi, l’economia era in espansione. Lascio infatti Torino nel 1966, per fare ritorno a Guagnano.

 

La raccolta fotografica

Dopo l’accoglienza in bottega, Rodolfo ci accompagna nella sua abitazione, che si trova al piano superiore dello stesso stabile.

Ed è grazie ad album con delle foto d’epoca che la storia e la vita del Club prendono forma, coi ricordi che si fanno sempre più vividi e gli occhi si illuminano di quella luce che solo i momenti più preziosi sanno far accendere.

Tante foto immortalano Rodolfo insieme al Mago, Helenio Herrera, a Jair, al Piede sinistro di Dio Mario Corso. Altre raccontano invece della sua presenza allo stadio (la più interessante con la bandiera dedicata ad Helenio Herrera), ma anche della vita al Bar Marconi e della presenza del Club al Meazza ma non solo – una in particolare è stata infatti scattata al Filadelfia di Torino, con lo storico striscione nerazzurro in bella vista.

La bandiera dedicata ad Herrera era stata realizzata proprio da Rodolfo in persona, con la scritta “Los aficionados de H.H. Inter Club Torino”. L’ho realizzata io, poi è stata utilizzata da altri in mia assenza durante l’anno del servizio militare. Con Herrera ebbi anche l’occasione di parlarci, ma non era di tante parole, e non si capiva molto.

Ciò che fa vibrare l’anima sono però le immagini scattate con la Coppa dei Campioni in casa Moratti. Rodolfo ce ne descrive una minuziosamente.

Questa fotografia ci vede presenti alla grande festa organizzata dalla Famiglia Moratti presso la propria villa di Imbersago. Era una festa stile Beverly Hills, con personalità di alto rango, la parte più rappresentativa della Milano bene. E c’eravamo anche noi.

Il ricordo è quello di una tenuta immensa, con il ritrovo organizzato all’interno di un salone grandissimo, tutto imbandito. Il Presidente Moratti viene descritto come una persona eccezionale, molto disponibile.

E’ stata un’emozione unica poter toccare con mano la Coppa dei Campioni, ed allo stesso tempo un privilegio essere invitati per l’occasione. La delegazione dell’Inter Club Torino era composta de me, dal “Barba” (Amerigo Bongiorno, ndr) e da sua figlia Daniela, e da Pier Luigi Cugnasco (primo Presidente della Storia del Club, firmatario di Atto Costitutivo e dello Statuto, aggiungiamo noi).

Sono tante altre le foto che ci vengono mostrate: una a Vienna, dopo un viaggio durato ben venti ore; un’altra con il cognato di Rodolfo, Luigi Leone, anch’esso uno dei primi Consiglieri del Club; un’altra ancora con il nipote Fernando che aveva scritto “Jair incubo di Belgrado”, dedicato ad una storica partita di Coppa dei Campioni del 1964 contro il Partizan; un’ultima in gruppo sotto le insegne del Caffè Marconi, appare in bella vista uno striscione, che recita “Lotterem ognor compatti per Herrera e per Moratti”.

E relativamente all’ultima foto e allo striscione, la precisazione. All’epoca non c’era niente di stampato, le lettere venivano tagliate una ad una e cucite.

 

La storia nel Club

Tutto ebbe origine grazie alla rivista Inter Football Club, tramite la quale Rodolfo ci confessa di essersi messo in contatto con i primi referenti del nascente Club.

Il mio percorso inizia con Peppe Astigiano, col quale ci siamo incontrati al Bar Marconi, dove lui sapeva che c’era già in gestazione la nascita dell’Inter Club Torino. Poi i dettagli e tutti i personaggi non li ricordo, è passato troppo tempo.

Un ruolo di primo piano quello di Rodolfo all’interno del Direttivo.

Nella fase embrionale era già una realtà anche se non organizzata, era il “Covo degli interisti”. Io mi occupavo soprattutto del lato organizzativo del tifo, trasferte, striscioni, il caos che bisognava fare, ecc. Sono stati periodi molto belli. Ho passato cinque anni nel Club, prima del ritorno a Guagnano.

Le ultime trasferte organizzate da Rodolfo, anche da esterno al Club, furono Roma-Inter di Campionato (2-1, 12 dicembre 1982) e Inter-Groningen (5-1, 2 novembre 1983) di Coppa UEFA, giocata a Bari perché il Meazza era squalificato.

Non può comunque mancare un ricordo di Amerigo Bongiorno.

Il Barba era una grande persona, molto disponibile, ferreo nelle sue osservazioni. Stimatissimo a Milano, avere creato un Club dell’Inter a Torino dava molto credito.

E paragonando il passato con il presente, ci sono più similitudini di ciò che si pensi.

Al tempo si aspettava mezzanotte per avere qualche notizia sulle partite in trasferta dell’Inter, oggi ci sono i social. Posso dirvi che i costi per seguire la squadra erano paragonabili a quelli di oggi, se si contestualizza bene.

 

Tante trasferte

Durante i diversi viaggi per seguire l’Inter, Rodolfo era spesso presente.

In linea di massima a Milano c’ero quasi sempre. Poi sono stato a Vienna, allo spareggio scudetto col Bologna (7 giugno 1964, Stadio Olimpico), faceva talmente caldo che, ricordo, Corso si metteva il ghiaccio dietro alla nuca. Su quello scudetto perso ci furono molte ombre.

Sono stato anche a Madrid per lo spareggio di Coppa Intercontinentale Inter-Independiente, vinta 1-0 con gol di Corso ai supplementari.

Sono tante le partite che a cui Rodolfo ha assistito insieme agli amici dell’epoca con il Club, grazie ai bus che partivano da Corso Marconi. Sono passati tanti anni, e non è di certo facile ricordare tutti i dettagli.

 

Il filo diretto tra Guagnano e Torino

Risulta sicuramente particolare come ci sia questo filo diretto tra Guagnano e Torino, dato che tante persone provenienti dalla cittadina salentina si sono ritrovate a Torino.

E’ sicuramente una coincidenza, nulla di più, ma fa comunque piacere, ci confessa Rodolfo.

E sulla nostra imbeccata in merito alla possibilità di tornare a Torino, le possibilità appaiono limitate.

Fino a qualche tempo fa avevo il desiderio di spostarmi, di girare. Torino mi è sempre piaciuta, avevo tanti amici, tra lavoro e sport. Ci vive una delle mie due figlie, con la famiglia. Dieci anni fa ho perso mia moglie. Sono talmente preso dagli impegni, non ho più le forze e il tempo, anche se il pensiero resta…

 

Il ricordo dei calciatori

Alla richiesta di indicare un calciatore preferito, Rodolfo ci confessa come ce ne sarebbero molti, ma il tempo trascorso non aiuta a ricordare tutti. Un paio di nomi ce li da comunque.

Facchetti sicuramente, anche se, come persone, ne ricordo altri con molto piacere. Guarneri, molto corretto nei confronti di tutti. Il calciatore più disponibile che ho conosciuto è stato Sandrino Mazzola, molto educato.

E a proposito di calciatori, ci racconta un aneddoto.

Mentre salutavamo la squadra dopo una partita, mi avvicinai a Suarez il quale non mi ha soddisfatto, mi ha quasi schivato.

 

E’ il momento del congedo

Tornare a parlare di quegli anni, della nascita del Club, non può che aver suscitato in Rodolfo sensazioni particolari.

Bella, fa molto piacere. Quando c’è la continuità cosa si può pretendere di più? Vuol dire che sta andando tutto bene.

I saluti finali non potevano avvenire altrove che in bottega, dove è iniziata la nostra chiacchierata.

L’emozione e la voglia di stare insieme erano talmente grandi tanto che Rodolfo ci ha regalato una stoffa, come ricordo del suo passato e del suo mestiere, come segno di gratitudine e come cimelio per fissare nella memoria la nostra visita.

Un enorme grazie a Rodolfo, per l’amicizia, l’ospitalità, il racconto, le preziosissime informazioni, le strepitose foto e per aver contribuito a fondare e rappresentare il nostro storico e glorioso Club.

E Rodolfo ci regala una speranza, ringraziandoci a sua volta.

Grazie a voi, sono stati momenti bellissimi. Magari ci rivedremo…

Inter Club Torino 1963